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venerdì 21 ottobre 2011

LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI-BIRDWATCHERS










Marco Bechis, il regista, con questo film ha voluto indagare sui dolori di un continente e sulle ferite purtroppo ancora aperte, per raccontare una tragedia attuale, riguardante le misere condizioni di vita dei Guarani del Mato Grosso (foresta fitta) do Sul. Vediamo così fronteggiarsi due popoli: bianchi e indigeni.
I bianchi, proprietari di estese piantagioni, nonostante conducano una vita ricca e noiosa, fatta di serate in compagnia degli osservatori di uccelli (Birdwatchers), hanno tolto agli indios tutto quanto spetta loro di diritto, per salvaguardare i loro interessi.
Gli indigeni, ormai privati del diritto di vivere, cacciare nelle foreste (che offre loro armonia con la natura e possibilità di esprimersi culturalmente) si ritrovano senza speranze e futuro per i giovani, per i quali l’unica strada da imboccare è quella del suicidio. L’inizio della ribellione degli indios, si ha in seguito ad un altro suicidio; il leader “degli uomini rossi” Nàdio, uno sciamano ed un gruppo di Guarani, vanno ad accamparsi ai confini di una proprietà, reclamando la restituzione delle terre (di cui ne erano possessori i loro avi). Il gruppo dei Guaranti, è composto da 2 “fazioni”: conquistatori di libertà, e ceditori a tentazioni consumistiche (nella scena del funerale, la madre di una giovane morta suicida, butta nel fosso un cellulare di ultimissima generazione). Il “protagonista principale”, è un giovane apprendista sciamano, Osvaldo, che inizialmente vive ignorando il proprio essere preveggente, affascinato dalla giovane bianca (figlia di una coppia di fazendeiro) ma che poi, troverà la forza per ribellarsi (nell’ultima scena Osvaldo, in preda al suicidio, dimostra d’essere più forte della morte, poiché ancora vivo nello spirito).
Il regista, fa scelte mirate nella produzione e per questo, preferisce “attori che fingono di recitare”, poiché egli è convinto che solo gli indios, possano riportare sul grande schermo la sincerità commovente, necessaria a tale progetto, divisibile in 3 parti:
  • L’impossibilità a vivere nelle riserve ed a integrarsi nella società dei bianchi, che porta  a condizioni di semi-schiavitù in piantagioni di canna da zucchero, alcolismo e suicidio;
  • Tentativi persuasivi dei coloni ed in seguito legami instaurati fra uomini bianchi e indigeni;
  • Le violente reazioni e la consapevolezza degli indigeni, a “servirsi” della violenza poiché  questa aiuta dove regna.
Nella sezione centrale una pluralità di linee d’azione disperde lo sviluppo conflittuale, e per questo nei 2/3 del film s’impone un colpo di sceneggiatura con una macchina che spunta dal nulla per rilanciare la tensione, convincendo il colono alla violenta reazione.
Lo stile di ripresa è concentrato al meglio, poiché in campo lungo; diversa è invece, la costruzione delle scene, viziata dall’ eccesso di enfasi nella ricerca del dettaglio (nella scena dello spirito preveggente), e da un montaggio frammentato. Straordinario, è invece, l’effetto per contrasto delle luminose note barocche, delle musiche sacre di Lorenzo Zipoli (vissuto nel 17° secolo, apprezzato anche per lo scrupolo filologico, poiché egli era un gesuita che lasciò l’ Europa per il nuovo mondo); nonostante ciò, i tempi d’ attacchi non sono sempre azzeccati ed il contrasto natura-selvaggia/musica-classica non è poi così tanto originale..
Punti di forza della messa in scena sono la Terra e “gli uomini rossi”, ovvero paesaggio brasiliano e recitazione di attori non professionisti; mentre clamoroso “FLOP” è il doppiaggio dell’ edizione italiana che uniforma la lingua degli indigeni, a quella dei coloni, rendendola diversa solo per delle inflessioni grottesche.
Questo semi-documentario racconta violenza, rabbia, umiliazioni, voglia di riscatto, morte, suicidi Guaranti senza speranza, piccoli/grandi sentimenti, frustrazioni, dolore senza fine. Tutto quanto appartiene all’ordine naturale della vita, nel suo incedere destinato, in cui si lascia spazio anche all’amore, all’ironia, al gioco, al sesso… Il tutto, è raccontato in un progetto filmico lucido ed organico che, incastra diversi piani di narrazione e di concetti.
Bechis non vuole far spettacolo, circa alcune tematiche, ma restando ancorato alle radici storiche, concretizza l’essenza di una vicenda tristemente vera, del respiro universale, e non invita solo a pensare, ma anche, e soprattutto, induce lo spettatore a sentire.
Il risultato nel complesso, è un film sicuramente non leggero da seguire, in cui il ritmo è prevalentemente descrittivo e, serve soprattutto ad immedesimare lo spettatore nella vita dei protagonisti, facendo capire anche le contraddizioni interne alla tribù.

IL GRANDE SOGNO

Locandina Il grande sogno



IL GRANDE SOGNO
“Il Grande Sogno” di Michele Placido, è un’ opera fortemente autobiografica e ricca di personaggi reali ancora viventi, che provrngono non solo dal suo passato, ma anche da quello di alcuni suoi amici e collaboratori.
Già nel titolo “Il Grande Sogno”, è presente il principale nodo, attorno al quale si svolgerà tutto il film: il sogno di ogni personaggio del film, che sia esso personale, o universale, per il quale ciascuno s’ imbatte a fine di poterlo realizzare.
Sono giovani “sessantottini”, in larga parte borghese, che desiderano cambiare il mondo, a partire dalle università- che vorrebbero aperta  a tutti, e non solo al ceto benestante- nonostante siano di diversa estrazione sociale.
La vicenda inizia nel 1967, quando alcuni giovani universitari osservato le ribellioni che avvengono nel mondo (la guerra in Vietnam, le sommosse in America, l’ avvento del Comunismo), iniziano a desiderare la libertà, cercando di estraneare la società dai vecchi schemi e dalla divisione in classi.
Nicola (Riccardo Scamarcio), è un bel ragazzo pugliese, che fa il poliziotto, ma sogna di fare l’ attore- “nei panni” di Placido-; di stanza  a Roma, viene mandato dal colonnello (Silvio Orlando), a spiare la sommossa nell’ università di fisica. Durante l’ occupazione, conosce Laura (Jasmine Trinca), una ragazza della buona borghesia cattolica, che sogna un’ università libera ed aperta a tutti, e Libero(Luca Argentero), uno studente operaio, leader del movimento studentesco, che sogna la rivoluzione…
Nella famiglia di Jasmine, da subito si avverte il clima rivoluzionario, nel quale vengono coinvolti tutti i membri.
Laura, nonostante il disaccordo dei genitori, partecipa all’ occupazione a sostenere i suoi compagni ed a combattere per gli ideali comuni fra i giovani.
Ma in una notte di duro scontro con la polizia, lei e Nicola, si lasciano andare all’ eros dell’ amore….Subito si crea il “triangolo amoroso”Nicola-Laura-Libero, dove la ragazza in questione, si trova a dover alternare il suo amore fra i 2 bei giovani, scegliendo a chi donare il cuore…
Intanto, la situazione si complica per tutti, anche perchè dalle università lo spirito rivoluzionario, dilaga nell’ Accademia dell’Arte, ove Nicola è finalmente riuscito ad entrare, quando alla richiesta dell’ insegnante (Laura Morante), a Nicola, di un monologo “forte” in italiano, sostenuto dai compagni, il giovane le risponde che per arrivare agli altri deve esprimere se stesso (“esternando la sua Puglia”).
E’ bene sottolineare che il film, frutto della memoria di Placido, non nasce come film storico, ma come esperienza di vita, sogni e passioni, legati al ’68 vissuto dal medesimo (anno in cui egli lascia l’Arma per rischiare nel mondo della recitazione. Ovviamente, non mancano riferimenti agli eventi contemporanei di quegli anni: la Guerra in Vietnam e le proteste; gli scontri in piazza., tra studenti e polizia (celebre quello di Valle Giulia, di cui Pasolini, mediante una composizione poetica, va contro la sua linea politica, sostenendo d’ essere con i poliziotti poiché figli dei poveri, come il medesimo).
Il film nel complesso, è un prodotto da apprezzare per gli accenni culturali e sociali dell’ epoca, offerti (soprattutto)a noi giovani, che a differenza dei personaggi, ricchi di forza e vitalità, sembriamo passivi a tutto quanto ci viene proposto, non riuscendo a trovare nulla, fra le proposte della società, che ci vada contro…Eppure la realtà è tutt’ altra cosa…
Nonostante le polemiche suscitate dal “gratuito nudo frontale” dell’ apprezzatissima Laura, o l’eros di Nicola (anche con le prostitute), il film lascia trasparire sentimenti, passioni ed amori, non dimenticando, però, gli affetti all’ interno del nucleo familiare (altri valori di cui è priva la società odierna).
Bella anche la scelta di far terminare il film con una scena di grande gioia- la nascita di Rossa, figlia di Laura-; questa è ancora una volta la netta dimostrazione che le lotte per le quali i sessantottini si sono imbattuti, hanno portato e portano alla conquista di forti valori: una netta riforma scolastica, l’università libera a tutti (ed i risultati si vedono!), ed una nuova vita data alla luce…
Scelta simbolica, ma azzeccata!


BAARìA




 

Giuseppe Tornatore, il regista, con il film Baarìa (nome siciliano dell’ antica Bagheria, cittadina della provincia di Palermo), racconta 70 anni di storia italiana, mediante un’ unica ambientazione principale, il suo paese natale, e con protagonisti, gli abitanti del suo paese.
Lo stesso, seguendo un percorso che va dagli anni ’10 agli anni ’80, mostra abilità nel raccontare la storia di una famiglia siciliana, attraverso 3 generazioni, sfiorando le vicende private di questi personaggi (Cicco- Peppino- Pietro), ed evocando amori, sogni, delusioni, illusioni, speranze, sconfitte, sofferenze  e vittorie, di un’ intera comunità…
Ma la bravura di Tornatore, si esprime proprio attraverso lo scenario storico su cui tutto il film “si ambienta”.
Un’ epoca ove si susseguono eventi drammatico- storici, alla base del vissuto italiano: le 2 guerre mondiali, il fascismo, il comunismo, il partito demo- cristiano…
Baarìa, è un atto d’ amore per quella “magica Sicilia”, ove 3 rocce, se colpite dal lancio di un’ unica pietra, “svelano” il tesoro, per anni, celato al loro interno; una Sicilia dalla cui dimensione, esce un bambino poverissimo, che non ha nemmeno un paio di scarpe che possono definirsi tali; un fanciullo punito dalla maestra, solo perché non conosce l’ italiano; un bambino che ha solo un libro di testo, che sarà poi mangiucchiato dalle pecore, di cui egli è il pastore.
Un bambino dal carattere “sicuro”che dall’ infanzia, esso, lo porterà negli anni alla vittoria del partito, per il quale egli s’ imbatte, attraverso la fede assoluta nei confronti dei suoi forti ideali.
Un bambino che da adulto, muterà l’ usanza di ballare solo con persone di egual sesso( uomini con uomini-donne con donne) ad una festa di ballo, ove conoscerà la sua futura moglie, Mannina.
E poi… Un uomo determinato, che attraverso la sua passione politica, e la militanza costante nel PCI, andrà avanti nel suo progetto, anche quando lui e la sua famiglia, prenderanno coscienza del fatto che non farà mai carriera, e che invece di diventare deputato, dovrà “accontentarsi” di essere consigliere comunale; questa consapevolezza, non sarà motivo di discussione all’ interno della famiglia; bensì, stimolo, solidarietà e comprensione, nei confronti di un grande uomo.
Peppino Torrenuova, è questo… Un bimbo che ritroviamo a correre nella prima ed ultima scena del film, la cui corsa vuol lascia trasparire il carattere di questo piccolo che corre per dimostrare a tutti quanto vale, e vincere “a dispetto di chi lo deride”.
Innovativa la scelta di raccontare l’ intero film in flashback, effetto di un lungo sogno del protagonista, Peppino.
Analizzando l’ intero film in profondità, la mia valutazione finale è 10, per l’ originale idea circa tematiche ed argomenti trattati, e per l’ obiettivo che il regista si è prefisso (informare gli italiani, su quanto accaduto in passato, e sulla “storia quotidiana” degli italiani); 7 per il progetto finale ottenuto, in quando Tornatore (“ossessionato dalla bella immagine”), cela energie,  passioni ed idee (fondamentali del film), passando (senz’ alcuna logica), da tonalità fortemente drammatiche, a tonalità inspiegabilmente da cabaret televisivo (Beppe Fiorello, Luigi Lo Cascio), ma comunque narrata da una sensibile articolosità, frutto dell’ ansia di dimostrare, e dal tentativo di affrescare eventi passati, il più possibile, senza mai andare in profondità.

giovedì 20 ottobre 2011

PER AVER FORTUNA NELLA VITA, BISOGNA DAVVERO NASCERE CON LA CAMICIA?!?




La mia storia parte proprio da qui.... Voglio raccontarvi a malincuore e con molta tristezza :-( il dispiacere più grande della mia vita, ma per farlo devo partire dall' inizio...
Giunto alla fine della scuola dell' obbligo (come avviene per tutti), mi trovai davanti ad un bivio: scegliere di continuare, oppure fermarmi ed "intraprendere" la carriera lavorativa?
Io scelsi la 1°, quindi mi iscrissi ad un istituto alberghiero vicino al mio paese, frequentandolo per alcuni mesi...
Poi mi accorsi che non faceva più per me -e consapevole che nella vita qualcosa bisogna pur fare, cosciente del fatto che la scuola non fosse mai stato il mio "tallone di Achille"- ne parlai con i miei genitori e dissi loro che avrei voluto imparare a fare il pizzaiolo...
Dopo qualche giorno, andai con mio padre, a parlare in un ristorante- pizzeria qui in Basilicata, chiedendo al titolare, se m' avesse dato l' opportunità di apprendere il mestiere, anche senza ricevere alcuno stipendio; egli ci disse che non ci sarebbero stati problemi e mi chiese se avessi vouto iniziare la stessa sera... Ovviamente, preso dalla situazione, senza esitare, accettai...Non potete immaginare quanto grande fosse la mia felicità....
Lavorai in quel locale poco più di 3 mesi, diventandone la mascotte... Tutti -ops, quasi tutti (tranne il pizzaiolo, il quale se avesse potuto mi avrebbe "infornato"),


- erano davvero stupiti e contenti di avermi a lavorare con loro...
Poi compreso che con colui il quale avrebbe dovuto  insegnarmi il mestiere, non c' era molto feeling, mi prodigai a preparare i condimenti che sarebbero poi serviti per la pizzeria e non potendo fare altro, iniziai ad aiutare in cucina ovunque ce ne fosse bisogno -dal semplice lavaggio dei piatti, alla pulizia del pesce, sino ad arrivare alla preparazione laboriosa degli antipasti - grazie allo chef che qualcosa m' insegnò...
Insomma, appresi molto più in cucina, che in pizzeria... Ma la mia passione era quella di fare le pizze, cosi decisi di andar via da quel locale, anche perchè si era creata, ormai, un' aria davvero molto pesante -il titolare riprendeva il pizzaiolo, per il suo comportamento nei miei confronti e per la sua grave permalosità... D'altronde, io ero andatoi lì per imparare e non per litigare! Così salutai tutti e mi licenziai...
A 18 anni, dopo una lunga gavetta -ci tengo a precisare senza alcuna retribuzione- sacrificando mio fratello che mi accompagnava e veniva a riprendermi (perchè anch'egli lavorava come cameriere), finalmente, riuscii a lavorare in un locale come unico pizzaiolo"...
Sotto la pioggia, o sotto il sole, con la febbre o con il raffreddore, io ero lì, a lavorare e finita la serata, aspettavo mio fratello per strada o nel pub nei dintorni...
Il mio desiderio, però fu realizzato solo quando a 22 anni io e 25 mio fratello, aprimmo un' attività tutta nostra, un ristorante- pizzeria, poichè entrambi eravamo del settore... Pensavamo di aver fatto qualcosa di buono... Ed invece la magia svanì già da soli alcuni giorni dopo, quando contro il proprietario del locale preso in fitto, azionammo 3 cause.... Sinceramente, credo che egli abbia approfittato delle nostre "verdi età", soggiogandoci, causandoci problemi persino con il condominio- a cusa di fumi e rumori- con il quale, però, avevamo già parlato durante le riunioni (adesso capite perchè non siamo nati con la camicia!).
Quest' assurda storia, va ancora avanti da 10 anni, ma al nostro "atterraggio" di questi ultimi tempi, un forte contributo è stato dato anche dalla crisi che c'è in giro...
Così, noi oggi ci ritroviamo a dover chiudere la nostra attività



e ad essere -forse- protestati....
....Sapete vedere svanire nell' aria i sacrifici di una vita, gli anni più belli di un ragazzo -che non torneranno più- buttati in questo lavoro che "schiavizza la gente" senz' alcuna soddisfazione e prendere coscienza del fatto di non poter avere più nulla intestato per sè... Bè, posso assicurarvi che non è bella e non è semplice come situazione!
Se posso, vorrei permettermi di dare un consiglio a chiunque avesse, seppur in minima parte,l' intenzione di aprire una qualsiasi attività commerciale, di stare molto attento alla gente cui si affida, perchè di "volponi" in giro ce ne sono molti ed avvocati incapaci anche....
Volete sapere cosa ha combinato il mio legale?!?
Pur di nascondermi un suo errore professionale, rimandò più volte il mio appuntamento dicendo di essere a Milano... Io molto più furbo, andai sotto il suo ufficio ed accertatomi che l' auto identificata, fosse la sua, salii di corsa da lui e
 ... Kinder sorpresa!!!!...


Vi lascio immaginare la sua espressione quando mi vide!!!! Non riuscì a giustificarsi... "e ce credo"!!!
Un "uomo" falso bugiardo e più di tutto, irresponsabile sotto l' aspetto professionale!
Certo, non voglio fare di tutta l'erba un fascio, perchè so che ci sono avvocati che sanno fare bene il proprio lavoro e che portano dignitosamente il titolo assegnatoli... Ma quando ci si tritrova di fronte a gente come il mio "difensore", al mio posto come vi sareste comportati?
Oggi, attività, non è più sinonimo di guadagno, bensì di problemi, avvocati, debiti.... "Rogne"...
Mettete tutto in conto ragazzi, perchè pentirsi dopo è troppo tardi e non ha senso...
Proprio come è accaduto a noi!!!

IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

Locandina italiana Il bambino con il pigiama a righe








Il regista Mark Herman, ha voluto raccontare il “passato” tragico della Shoah, in maniera nuova ed originale; egli, infatti, adattando l’omonimo romanzo del giovane scrittore irlandese Boyne (collaboratore anche della sceneggiatura), è riuscito a raccontarci la tragedia, di un’ epoca, attraverso gli occhi di Bruno, un bambino di 8 anni, figlio di uh ufficiale dell’esercito del Reich, la cui amicizia proibita con u suo coetaneo ebreo (che va oltre il filo spinato), nel campo ha conseguenze brusche ed inaspettate.
La storia, è ambientata durante la 2° Guerra Mondiale, negli anni ’40, in una Berlino intimidatoria dai tanti palazzi ostili, tappezzati dai simboli del nazionalsocialismo, in cui vive Bruno con la sua famiglia…
Un giorno, tornato a casa, egli riceve la notizia del trasferimento in una nuova sede in campagna, per la promozione di suo padre, volto a svolgere un importante incarico. Bruno, non vuole lasciare la città, intimorito dall’idea di non avere più amici e compagni di giochi; ma egli, non sa che “dall’altra parte”, lo attenderà un amichetto cha farà maturare in lui, serie convinzioni e nuove scoperte.
La famiglia, intanto, si trasferisce, e Bruno, sentendosi solo (anche perché la sorella maggiore Gretel, invaghita del giovane e avvenente tenente Kotler, gli mostra sempre meno interesse), senza amici, ed annoiato, decide (di nascosto) di attraversare il boschetto che circonda la sua casa, e si avvicina al filo spinato. Dalla parte opposta, vede un bambino con il pigiama a righe, Shmuel, ed egli, incuriosito, cerca di attirare la sua attenzione, con l’intento di fare amicizia…
Così, ogni giorno, Bruno trova uno spazio di tempo ed un sotterfugio, per incontrare Shmuel, con cui, anche se divisi dalla recinzione, riuscirà persino a giocare a dama.
Poco per volta, Bruno, attraverso i discorsi di Shmuel, inizia a comprendere che, quello non è un campo di lavoro o di rieducazione, ma una realtà molto più brutale. Persino sua mamma di Bruno,  inizia a capire cosa stia per succedere nel vicino campo, quando Kotler, mediante una barzelletta, le racconta la vera natura del fumo proveniente dalla vicina fattoria…
A casa di Bruno, l’atmosfera diventa sempre più tesa, ed egli comincia ad intuire che suo padre, non è poi così tanto buono, come ha sempre ritenuto. anche se infantili, inizia m maturare convinzioni, circa il fatto che dall’altra parte, stia per accadere qualcosa di veramente tragico; e queste, insieme alla sua continua perdita di fiducia nella sua famiglia, lo fanno diventare sempre più maturo, rispetto alla sua tenera età.
Un giorno, Bruno viene sorpreso da Shmuel a casa sua, e capendo che ha fame, gli offre una fetta di torta. I due, vengono scoperti da Kotler, e Bruno (preso dal panico per le possibili conseguenze del suo atto, e per paura che la sua famiglia, sapesse dei suoi incontri) nega di conoscere Shmuel… Bruno, pieno di rimorsi, per l’essersi comportato da vigliacco, più volte, senza trovarlo va a cercare l’amico, e quando finalmente lo rincontra, nota sul suo viso, ancora i segni di percosse di Kotler.
Bruno, per vergogna e per farsi perdonare, decide di aiutare Shmuel, a trovare suo padre, di cui da 3 giorni non ha più notizie…
Intanto, a casa, l’ufficiale decide di mandare tutta la famiglia da una zia, e Bruno (ovviamente in totale disaccordo con questa decisione del padre), approfitta del momento, per andare da Shmuel, indossare un pigiama a righe, ed addentrarsi nel recinto… entrato nella dura realtà, viene preso dal vortice mostruoso di un fato crudele che, segnerà il suo destino e, quello di molti altri prigionieri.
Il film, viene percepito come una”favola malinconica”, sullo sfondo di un fatto storico disastroso. il quale, attraverso effetti speciali, debolezze e scene consolatorie, intende mostrare a quali livelli di barbarie, l’uomo possa arrivare, sino a lasciarci turbati, con un finale che “uccide dentro”. Allo stesso modo, però, non criminalizza un intero popolo, ma mostra anche i sentimenti di chi si è opposto, o almeno ha tentato.
I temi dominanti, sono: debito mai estinto, con il nostro passato e con la nostra storia, e perdita dell’innocenza, cioè, percezione che la colpa degli adulti, debba passare attraverso l’estremo dolore.
Anche la cieca obbedienza di Bruno agli ordini dei genitori, metaforizza la cieca obbedienza del popolo tedesco, alla follia del Fuhrer.
Il film, (n cui i 2 protagonisti giovanissimi, hanno perfettamente interpretato ,uno l’innocenza e l‘altro la dignità della sofferenza), resta comunque una fiction -infatti, è impossibile che nessuna sentinella si sia mai accorta dell’incontro fra i 2 ragazzini- ma allo stesso modo, un’ opera importante, necessaria di questi tempi, in cui, si tenta di revisionare storicamente, una realtà che ancora brucia negli animi di molti.

sabato 15 ottobre 2011

UOMINI E DONNE: CHI DI VOI NON L' HA MAI SEGUITO?!?

Oggi voglio "commentare" con voi una celebre trasmissione: Uomini e Donne; un programma seguito da milioni e milioni di spettatori (di varie età), i quali attendono con ansia ogni puntata, per scoprire cosa succederà, finendo così per rimanere incollati al teleschermo per circa un'ora... A mio avviso però ciò che si prefigge il programma è soprattutto "divertire"... Divertire non solo i più giovani, ma anche (e forse principalmente) le persone più anziane; proprio quelle per cui (è brutto da dire!) i giorni sono sempre uguali, gente che ormai è abituata a vivere sola, ma che cerca di trascorrere in allegra compagnia, un momento pomeridiano... Personalmente,posso dire che è una trasmissione che seguo con piacere, prima di tutto perché mi piace lo "show", ma più di tutto perché nutro una grande stima nei confronti della conduttrice del programma Maria De Filippi e che è per me una persona davvero straordinaria, intelligente, che cerca sempre di non far degenerare la situazione, attraverso il suo carisma ( complimenti Maria!). Ritornando al programma, credo che tra tutti i partecipanti di U&D, solo l' un 1% è davvero interessato a trovare l'anima gemella (tant'è che poi alcune coppie di ragazzi conosciutisi all'interno, escono dallo studio come veri fidanzati, si sposano, hanno dei bambini ect); mentre il 99% in questione,si occupa di moda, appartiene ad agenzie, fa sfilate, si occupa di qualcosa che tende a pubblicizzare, o meglio, spera che "qualcuno" si accorga di lui/lei... E si, questo è il duro, brutto mondo dello spettacolo, che però tanto affascina. In alcuni casi, solo per scopo di visibilità, si è presentata una coppia di fidanzati(un tronista e un corteggiatore che interpretavano i ruoli), che ovviamente affine programma si è scelta, davanti a milioni di spettatori, ma sopratutto davanti a Maria ed il suo staff (che lavora seriamente), prendendo così in giro tutti, attraverso questa messa in scena! In altri casi, i tronisti hanno dichiarato sin dall'inizio di essersi messi in gioco solo ed esclusivamente per trovare "la propria metà", ma solo a "fine trono" si sono accorti di non aver trovato nessuno/a che avesse fatto scoccare la scintilla! Bé, questa è secondo me un'altra gran bella presa in giro, in quanto, per quel che mi riguarda, credo che non si abbia bisogno di sei mesi per capire se ci troviamo di fronte a qualcuno che davvero ci piace o meno... (ed a questo proposito, sottolineo che chi esce dallo studio di Maria, non sottoscrive alcun contratto matrimoniale!). Io sono sicura che nessuno possa credere che per innamorarsi davvero occorra la TV! certo un pò di carriera fa gola a tutti-, ma di occasioni per conoscere un'infinità di persone se ne hanno tutti i giorni nella vita reale... Vorrei concludere questo mio articolo citandovi un proverbio con il quale mi identifico molto:"moglie e buoi dei paesi tuoi e se è del vicinato è tanto di guadagnato!". imiglioriarticolifuoridagliskemi.blogspot.com

martedì 11 ottobre 2011

IL LAVORO NOBILITA L' UOMO.... MA TUTELA I DELINQUENTI....!!!!!!



Sin dall' esplosione del big bang, il lavoro è stata la prima "azione" che ha reso "nobile" l' uomo.... Andando un po' indietro nel tempo, mi viene da pensare agli uomini primitivi, i quali per nutrirsi dovevano procurarsi il cibo attraverso la caccia, l' allevamento e la raccolta di bacche, frutti ect...
-Quelle che oggi sono per noi le "3 attività primarie"-
Nel tempo, si è evoluto l' uomo e con lui il lavoro, inteso come professione, arrivando ai giorni nostri -ed alla faccia della crisi!- offrendo a "chiunque ne avesse voglia" la possibilità di scegliere la propria mansione....
Lavorare vuol dire rendere l' uomo dignitoso -e su questo nulla da obiettare- ma lavorare per morire o per favorire i delinquenti...
... No!... Allora non ci sto!!!.... Preferisco restarmene sotto una campana di vetro, piuttosto che farmi ammazzare!
Non preoccupatevi, le mie non sono sciocchezze, ma è solo frutto di pura realtà!
A tal proposito, voglio raccontarvi uno dei tanti casi -sui quali molto si avrebbe da "romanzare"-che riguarda il non molto semplice lavoro di GPG, ovvero Guardie Particolari Giurate...
Facciamo un passo per volta; analizziamo la figura della guardia giurata e se qualcosa non doveste riscontrarla, contradditemi pure:
"egli è un privato cittadino che svolge un servizio di tutela di beni mobili, immobili (banche, uffici, enti pubblici e privati), servizio di piantonamento e servizio di portavalori, presso un qualsiasi istituto di vigilanza".
Ogni istituto è munito di mezzi propri e di una sede principale, la "centrale operativa", alla quale sono collegati gli allarmi di tutte quelle attività abbonate: locali commerciali, banche , cantieri, villaggi, hotel ect.
Se in un qualsiasi momento della giornata -fosse solo per colpa di un gatto che "ha violato la privacy" degli immobili- dovesse scattare l' allarme, subito deve essere pronta a partire la guardia in servizio, per accertarsi che tutto proceda normalmente...
E se sciaguratamente, non dovesse trattarsi di una sciocchezza, ma di un gruppo di ladri, che se disturbati, potrebbero "inferocirsi" di più -spinti dalla paura di essere "ostacolati"- bé allora mi chiedo :"come ci si dovrebbe comportare????"
Tutti ,giustamente, risponderebbero :"la guardia poiché in quel momento è come se fosse a casa sua, non dovrebbe fare altro che difendersi e "salvare la propria pelle"...
Se, come è già accaduto, egli sparasse ferendo o ammazzando un delinquente, bé allora lì sarebbero guai seri, ma per l' onesto e non per l' intruso...
Già perché "la nostra legge", vorrebbe sicurezza per i cittadini, finendo per tutelare, però, i malviventi; in quanto se "la reazione non corrisponde all' azione", diventa colpevole il giusto e non chi è nel torto....
Appunto l' altro giorno, un collega mi ha raccontato che tempo fa, durante il solito controllo dei mezzi di un cantiere, ebbe la sfortuna di ritrovarsi "faccia a faccia" con dei malfattori armati- di cui uno puntandogli la pistola sparò senza esitare-....
-Ricollegandomi alla figura della GPG, "vorrei aprire una piccola parentesi", evidenziandovi quanto sia davvero pericoloso il servizio da vigilante-

Da allora sono trascorsi 8 anni e ancora, egli è in fase di giudizio, in quanto l' unico interesse del giudice è sapere chi sparò prima...
E insomma, se egli fosse morto, sarebbe stato tutto tranquillo...
... Poiché egli si è difeso rischia il fermo... Ma che giustizia è questa!!!...
Sapete, ogni lavoro fatto onestamente è importante, anche se spesso viene svalutato, ma a pagarne le pene è solo quell' uomo dignitoso che cerca semplicemente di "portare il pane alla propria famiglia"......
In effetti, se ci soffermassimo un po', ci accorgeremmo che una guardia giurata, non ha funzioni di PG e PS, non può chiedere l' esibizione dei documenti, non può verbalizzare... Praticamente davanti ad un giudice, è posto sullo stesso piano di un qualsiasi cittadino.. Ma in una sciagura di servizio, deve essere la 1° figura  ad intervenire e chiedere l' ausilio delle forze dell' ordine (sperando che queste arrivino in tempo).
Io credo che il lavoro di vigilanza non dovrebbe essere sottopagato o deriso; credo che il servizio debba essere svolto almeno in due, affinché si possa garantire una maggiore sicurezza agli altri ed a se stessi, sperando che "lì a Roma", tengano conto di tutte queste innumerevoli responsabilità e del diritto alla vita che appartiene anche a tutte quelle guardie che vanno al lavoro e non sanno se mai faranno ritorno a casa!!!