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venerdì 21 ottobre 2011

LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI-BIRDWATCHERS










Marco Bechis, il regista, con questo film ha voluto indagare sui dolori di un continente e sulle ferite purtroppo ancora aperte, per raccontare una tragedia attuale, riguardante le misere condizioni di vita dei Guarani del Mato Grosso (foresta fitta) do Sul. Vediamo così fronteggiarsi due popoli: bianchi e indigeni.
I bianchi, proprietari di estese piantagioni, nonostante conducano una vita ricca e noiosa, fatta di serate in compagnia degli osservatori di uccelli (Birdwatchers), hanno tolto agli indios tutto quanto spetta loro di diritto, per salvaguardare i loro interessi.
Gli indigeni, ormai privati del diritto di vivere, cacciare nelle foreste (che offre loro armonia con la natura e possibilità di esprimersi culturalmente) si ritrovano senza speranze e futuro per i giovani, per i quali l’unica strada da imboccare è quella del suicidio. L’inizio della ribellione degli indios, si ha in seguito ad un altro suicidio; il leader “degli uomini rossi” Nàdio, uno sciamano ed un gruppo di Guarani, vanno ad accamparsi ai confini di una proprietà, reclamando la restituzione delle terre (di cui ne erano possessori i loro avi). Il gruppo dei Guaranti, è composto da 2 “fazioni”: conquistatori di libertà, e ceditori a tentazioni consumistiche (nella scena del funerale, la madre di una giovane morta suicida, butta nel fosso un cellulare di ultimissima generazione). Il “protagonista principale”, è un giovane apprendista sciamano, Osvaldo, che inizialmente vive ignorando il proprio essere preveggente, affascinato dalla giovane bianca (figlia di una coppia di fazendeiro) ma che poi, troverà la forza per ribellarsi (nell’ultima scena Osvaldo, in preda al suicidio, dimostra d’essere più forte della morte, poiché ancora vivo nello spirito).
Il regista, fa scelte mirate nella produzione e per questo, preferisce “attori che fingono di recitare”, poiché egli è convinto che solo gli indios, possano riportare sul grande schermo la sincerità commovente, necessaria a tale progetto, divisibile in 3 parti:
  • L’impossibilità a vivere nelle riserve ed a integrarsi nella società dei bianchi, che porta  a condizioni di semi-schiavitù in piantagioni di canna da zucchero, alcolismo e suicidio;
  • Tentativi persuasivi dei coloni ed in seguito legami instaurati fra uomini bianchi e indigeni;
  • Le violente reazioni e la consapevolezza degli indigeni, a “servirsi” della violenza poiché  questa aiuta dove regna.
Nella sezione centrale una pluralità di linee d’azione disperde lo sviluppo conflittuale, e per questo nei 2/3 del film s’impone un colpo di sceneggiatura con una macchina che spunta dal nulla per rilanciare la tensione, convincendo il colono alla violenta reazione.
Lo stile di ripresa è concentrato al meglio, poiché in campo lungo; diversa è invece, la costruzione delle scene, viziata dall’ eccesso di enfasi nella ricerca del dettaglio (nella scena dello spirito preveggente), e da un montaggio frammentato. Straordinario, è invece, l’effetto per contrasto delle luminose note barocche, delle musiche sacre di Lorenzo Zipoli (vissuto nel 17° secolo, apprezzato anche per lo scrupolo filologico, poiché egli era un gesuita che lasciò l’ Europa per il nuovo mondo); nonostante ciò, i tempi d’ attacchi non sono sempre azzeccati ed il contrasto natura-selvaggia/musica-classica non è poi così tanto originale..
Punti di forza della messa in scena sono la Terra e “gli uomini rossi”, ovvero paesaggio brasiliano e recitazione di attori non professionisti; mentre clamoroso “FLOP” è il doppiaggio dell’ edizione italiana che uniforma la lingua degli indigeni, a quella dei coloni, rendendola diversa solo per delle inflessioni grottesche.
Questo semi-documentario racconta violenza, rabbia, umiliazioni, voglia di riscatto, morte, suicidi Guaranti senza speranza, piccoli/grandi sentimenti, frustrazioni, dolore senza fine. Tutto quanto appartiene all’ordine naturale della vita, nel suo incedere destinato, in cui si lascia spazio anche all’amore, all’ironia, al gioco, al sesso… Il tutto, è raccontato in un progetto filmico lucido ed organico che, incastra diversi piani di narrazione e di concetti.
Bechis non vuole far spettacolo, circa alcune tematiche, ma restando ancorato alle radici storiche, concretizza l’essenza di una vicenda tristemente vera, del respiro universale, e non invita solo a pensare, ma anche, e soprattutto, induce lo spettatore a sentire.
Il risultato nel complesso, è un film sicuramente non leggero da seguire, in cui il ritmo è prevalentemente descrittivo e, serve soprattutto ad immedesimare lo spettatore nella vita dei protagonisti, facendo capire anche le contraddizioni interne alla tribù.

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